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“Primo passo è stato quello di decostruire i luoghi osservandoli nella loro morfologia e composizione materica. Ogni fotografo ha adottato un frammento di paesaggio e lo ha seguito per mesi, in stagioni diverse, osservandone le trasformazioni nelle luci, nelle ombre, nelle nebbie, nel vento e iniziando a percepirne il movimento, la vitalità. In questo modo sono arrivati a scoprire un paesaggio mobile, a pensare e vedere i luoghi non come paesaggi “appresi”, incrostati di abitudini e stereotipi visivi, bensì come soggetti nuovi in trasformazione.
Dopo questa pulizia dello sguardo (e della mente) è stato possibile formulare le domande con le quali il laboratorio, e questa mostra, sono stati costruiti. Ci siamo chiesti, ad esempio, cosa accade al nostro sguardo e nella nostra mente quando guardiamo un paesaggio. O con quali criteri scegliamo un paesaggio da ritrarre e quali requisiti deve avere per diventare oggetto di attenzione. E ancora: spostandoci noi nello spazio, quale tra gli infiniti paesaggi in movimento che si susseguono, stratificandosi nella visione, decidiamo di rappresentare? E perché proprio quello? Quale equilibrio o miscela è stata, anche inconsapevolmente, raggiunta?
Ci siamo interrogati su come agisce la memoria davanti ad un paesaggio, e in che modo il passato s’infiltra nei luoghi mescolandosi al presente dell’attualità. Ci siamo interrogati su come funzionano le storie contenute nei luoghi e su come ritrarle per renderle percepibili o, almeno, su come evocarle per lo spettatore.
Così siamo partiti in cerca di risposte e la prima l’abbiamo incontrata nelle Affinità Elettive: ci siamo resi conto che, come i personaggi del romanzo di Goethe, siamo tutti “costruttori di paesaggi”. Costruiamo paesaggi con lo sguardo, anche inconsapevolmente o per abitudine: ritagliamo con gli occhi angoli che amiamo o ci muoviamo lungo percorsi quotidiani che ci sono familiari. Oppure cancelliamo intere geografie dal nostro sguardo e dalla nostra mente: brutte periferie che ignoriamo, zone industriali che rimuoviamo, case cantoniere arrugginite e in disuso, cantieri fangosi. Costruiamo paesaggi con il nostro umore, con i nostri stati d’animo: poetici, cupi, indifferenti, leggeri, tempestosi, sereni, gioiosi, malinconici. In questo modo diamo vita ad una geografia emozionale fondata sui sentimenti che va a sovrapporsi a quella reale. E costruiamo paesaggi con la memoria, prelevando dai depositi del tempo frammenti di luoghi, momenti, presenze, fantasmi …
Abbiamo scoperto che, come costruttori di paesaggi, accumuliamo giorno dopo giorno immagini di luoghi mentali, desiderati, odiati, ricordati; di storie “reclamate” – come dice Wim Wenders – dai luoghi: un immenso deposito di paesaggi nascosti, invisibili…
… un’invisibilità che abbiamo provato a mostrare, con la complicità delle Città Invisibili di Italo Calvino, di cui questa mostra è debitrice, non solo nel titolo. Sì, perché con Calvino abbiamo trovato una prospettiva dalla quale ritrarre i nostri paesaggi: quella di Marco Polo che riporta a Kublai Kan notizie, resoconti e immagini di territori ignoti all’Imperatore o da lui ignorati, mai visti. Ed è così che questa mostra è stata ideata: con immagini composte di suggestioni e di aloni più che di linee nette, a formare una mappa simile alle “carte stellari”, che riportano approssimazioni di paesaggi, suggerimenti di luoghi che è possibile avvicinare solo con lo sguardo della mente. Da consegnare alla fantasia dello spettatore…” .
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